Materiali didattici di  italiano per stranieri, a cura di Roberto Tartaglione e Giulia Grassi, Scuola d'Italiano Roma

  
 

Giulia Grassi

 
I PITTORI DEL WEST
E L'ITALIA

  

Il soggiorno italiano di alcuni pittori della frontiera americana 

  

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Chi ama il cinema western non può non amare la cosiddetta arte del West, quella cioè
che illustra la conquista del West americano: paesaggi spettacolari e scene di vita (indiani, cow boy, pionieri) dei territori a ovest del fiume Mississipi. Una pittura epica, sviluppatasi tra 1820 e 1920 circa, che esaltava il "mito" del West e della frontiera, e che è stata spesso accusata di eccessivo nazionalismo, ai limiti del razzismo e dell'imperialismo (qualcuno la chiama, con un po' di disprezzo, "cow boy art"). 
Fa un certo effetto, però, immaginare i
pittori di bisonti, di paesaggi rocciosi inesplorati, di foreste impenetrabili e di fiumi impetuosi, insomma del "selvaggio West", a passeggio nei giardini ben curati e traboccanti di statue di Villa Borghese a Roma o mentre ammirano i palazzi del Canal Grande ondeggiando su una gondola veneziana.

Eppure è così. Seguendo quella che era una tradizione secolare per gli artisti di mezzo mondo - il 
viaggio in Italia, per studiare le bellezze artistiche e naturalistiche del Belpaese - troviamo alcuni dei grandi protagonisti dell'arte del West alle prese con rovine antiche, monumenti rinascimentali e barocchi, paesaggi decisamente meno selvaggi di quelli americani.
Il viaggio in Italia era considerato fondamentale
per la formazione professionale di ogni artista; ecco spiegata la presenza di pittori americani agli inizi della loro carriera, venuti qui per studiare. Ma ritroviamo qualcuno di loro anche anni dopo, quando ormai era ricco e famoso negli Stati Uniti, forse ritornato nel nostro paese perché sentiva la necessità di mostrare le proprie capacità tecniche in un contesto artistico "difficile" come quello italiano.
 
È il caso di Albert Bierstadt (1830-1902), venuto una prima volta nel 1857 e, di nuovo, nel 1868. Proprio dipingendo paesaggi italiani aveva elaborato una "formula compositiva" che ha sfruttato poi nei suoi successivi paesaggi americani: piccole figure  o animali in primo piano per dare l'idea delle proporzioni, una vasta distesa d'acqua in secondo piano, montagne avvolte nella nebbia sullo sfondo  e, in alto, cumuli di nuvole (le due foto a destra).

Per altri paesaggisti, invece, il viaggio in Italia ha avuto un ruolo quasi esistenziale. È il caso di   

The Marina piccola, Capri, 1859, olio su tela
 (Abright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York)

Among the Sierra Nevada Mountain, California, 1868,  olio su tela (National Museum of the American Art, Smithsonian Institute)

Thomas Moran (1837-1926). Questo pittore dei grandi paesaggi montuosi del West era stato in Italia all'inizio della sua carriera, come Bierstadt.
Ma solo più tardi, dopo i viaggi fatti a Venezia del 1886 e del 1890 ha sviluppato una vera infatuazione per la città italiana. Ha cominciato a dipingerla in maniera ossessiva, avvolta in una nebbia magica che ne trasfigura l'aspetto, trasformandola in un luogo dell'immaginazione e del sogno. Ne era talmente innamorato che per rivivere le sensazioni provate a Venezia aveva comprato una gondola, che teneva ormeggiata in un lago vicino a casa sua a Easthampton. E diceva che "l'America è più ricca di materiale per il vero artista [...] di ogni altro paese del mondo (esclusa Venezia)".
Ma è stata la sua pittura in generale ad essere condizionata da questa passione: infatti, nei dipinti della frontiera americana realizzati negli ultimi trent'anni di vita le rappresentazioni diventano sempre meno realistiche e sempre più fiabesche. Venezia e le grandi montagne dell'ovest come apparizioni ideali. 
 

sotto: Entrance to the Grand Canal Venice, 1906
a destra: Grand Canyon, 1921