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Nella Roma antica non
esisteva niente di paragonabile a un sistema scolastico pubblico,
organizzato per cicli organici e con insegnanti stipendiati dallo Stato.
Gli analfabeti erano numerosi e, all'opposto, pochi erano in grado di
leggere e capire scritti complessi. Eppure una parte consistente della
popolazione doveva saper scrivere e leggere testi semplici, con formule
standard: lo testimoniano il gran numero di iscrizioni celebrative sui
monumenti, i messaggi
di propaganda elettorale dipinti sui muri, le scritte commerciali (ad
esempio quelle col costo dei cibi
e del vino nelle osterie o quelle con le tariffe delle prostitute nei lupanari),
gli annunci di spettacoli teatrali o di giochi gladiatori, le iscrizioni
funerarie.
Lo testimoniano anche i numerosi graffiti anonimi incisi sulle pareti di
molti edifici, con frasi d'amore, insulti, testi osceni, minacce,
imprecazioni: ne sono esempio i graffiti trovati nel Paedagogium
del Palatino e quelli, naturalmente di contenuto osceno,
sugli affreschi di una latrina del II-III secolo scoperta
casualmente a Via Garibaldi, a Roma, nel 1963 (a destra).
E, infine, lo prova la diffusione degli acta diurna,
pubblicazioni giornaliere nate per volere di Giulio Cesare. Sono gli
antenati dei moderni quotidiani: riportavano sia informazioni relative
alla vita pubblica (discorsi dell'imperatore, delibere politiche,
processi importanti) sia notizie di cronaca, come le vittorie nei giochi
o i pettegolezzi sui personaggi più in vista della città (le fabulae
et rumores di CICERONE).
Dove si imparava a leggere e a scrivere? I figli degli aristocratici
avevano un precettore privato, preferibilmente greco. Ma tutti gli
altri? Poiché nello Stato romano non c'era una organizzazione scolastica
"istituzionalizzata", l'istruzione era per lo più
affidata ai privati, in particolare per quel che riguarda l'istruzione
di base.
L'educazione scolastica di base, tra i 7 e i 15 anni, era detta ludus
litterarius (PLAUTO): si imparava a leggere, scrivere e
contare, e poco di più.
La qualità era bassa. Poiché non esisteva la figura del maestro di
professione, chiunque poteva improvvisarsi magister e tenere
lezioni nella propria casa, in locali di fortuna o, spesso, sotto i
portici, nella confusione
delle affollate strade cittadine.
La paga era misera: GIOVENALE scrive
che il vincitore dei giochi del circo poteva guadagnare in un giorno una
somma pari allo stipendio annuale di un docente.
Quanto ai metodi di insegnamento, altro che "docere delectando"!
Stando a QUINTILIANO le lezioni, che si tenevano tutti i giorni
dall'alba a mezzogiorno, erano ripetitive e noiosissime.
In queste condizioni mantenere la disciplina e l'attenzione degli
studenti non era semplice, cosicché molti docenti usavano la frusta
(sferza). Il poeta ORAZIO (Epistole, 2,1, 70-71) non dimenticò mai il
suo manesco maestro Orbilio, che gli aveva insegnato i poemi di Livio a
suon di botte ("...nemini quae plagosum mihi parvo Orbiluim
dictare" = ... che a me fanciullo dettava, me ne ricordo bene,
Orbilio, a suon di sferza).
E MARZIALE (Epigrammi, X,62) ci informa che "la sferza dello Scita
orlata di orride strisce di cuoio ... e le crudeli bacchette" (cirrata
loris horridis Scythae pellis,... ferulaeque tristes)
erano "lo scettro degli insegnanti" (sceptra paedagogorum).
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Graffito
su affresco: un fallo e la parola greca ψωλη
(= glande) |
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