Matdid: Materiale didattico di italiano per stranieri aggiornato ogni 15 giorni.
A cura di Roberto Tartaglione e Giulia Grassi

 
   

Giulia Grassi
 

DOCERE DELECTANDO


Insegnare divertendo: è il sogno di ogni insegnante (e di ogni studente). Ma nella Roma antica era proprio così?  

 
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Nella Roma antica non esisteva niente di paragonabile a un sistema scolastico pubblico, organizzato per cicli organici e con insegnanti stipendiati dallo Stato.
 
Gli analfabeti erano numerosi e, all'opposto, pochi erano in grado di leggere e capire scritti complessi. Eppure una parte consistente della popolazione doveva saper scrivere e leggere testi semplici, con formule standard: lo testimoniano il gran numero di iscrizioni celebrative sui monumenti, i messaggi 
di propaganda elettorale dipinti sui muri, le scritte commerciali (ad esempio quelle col costo dei cibi 
e del vino nelle osterie o quelle con le tariffe delle prostitute nei
lupanari), gli annunci di spettacoli teatrali o di giochi gladiatori, le iscrizioni funerarie. 
Lo testimoniano anche i numerosi graffiti anonimi incisi sulle pareti di molti edifici, con frasi d'amore, insulti, testi osceni, minacce, imprecazioni: ne sono esempio i graffiti trovati nel
Paedagogium del Palatino e quelli, naturalmente di contenuto osceno, sugli affreschi di una latrina del II-III secolo scoperta casualmente a Via Garibaldi, a Roma, nel 1963 (a destra).
E, infine, lo prova la diffusione degli acta diurna, pubblicazioni giornaliere nate per volere di Giulio Cesare. Sono gli antenati dei moderni quotidiani: riportavano sia informazioni relative alla vita pubblica (discorsi dell'imperatore, delibere politiche, processi importanti) sia notizie di cronaca, come le vittorie nei giochi o i pettegolezzi sui personaggi più in vista della città (le fabulae et rumores di CICERONE). 

Dove si imparava a leggere e a scrivere? I figli degli aristocratici avevano un precettore privato, preferibilmente greco. Ma tutti gli altri? Poiché nello Stato romano non c'era una organizzazione scolastica "istituzionalizzata", l'istruzione era per lo più affidata ai privati, in particolare per quel che riguarda l'istruzione di base.

L'educazione scolastica di base, tra i 7 e i 15 anni, era detta ludus litterarius (PLAUTO): si  imparava a leggere, scrivere e contare, e poco di più. 

La qualità era bassa. Poiché non esisteva la figura del maestro di professione, chiunque poteva improvvisarsi magister e tenere lezioni nella propria casa, in locali di fortuna o, spesso, sotto i portici, nella confusione delle affollate strade cittadine. 
La paga era misera:
GIOVENALE scrive che il vincitore dei giochi del circo poteva guadagnare in un giorno una somma pari allo stipendio annuale di un docente.
Quanto ai metodi di insegnamento, altro che "docere delectando"! Stando a QUINTILIANO le lezioni, che si tenevano tutti i giorni dall'alba a mezzogiorno, erano ripetitive e noiosissime.
In queste condizioni mantenere la disciplina e l'attenzione degli studenti non era semplice, cosicché molti docenti usavano la frusta (sferza). Il poeta ORAZIO (Epistole, 2,1, 70-71) non dimenticò mai il suo manesco maestro Orbilio, che gli aveva insegnato i poemi di Livio a suon di botte ("...nemini quae plagosum mihi parvo Orbiluim dictare" = ... che a me fanciullo dettava, me ne ricordo bene, Orbilio, a suon di sferza).
E MARZIALE (Epigrammi, X,62) ci informa che "la sferza dello Scita orlata di orride strisce di cuoio ... e le crudeli bacchette" (cirrata loris horridis Scythae pellis,... ferulaeque tristes) erano "lo scettro degli insegnanti" (sceptra paedagogorum).

 
 
 
 

Graffito su affresco: un fallo e la parola greca ψωλη (= glande)

 

Ludi magister, parce simplici turbae:
Sic te frequentes audiant capillati
Et delicatae diligat chorus mensae,
Nec calculator nec notarius velox
Maiore quisquam circulo coronetur.
Albae leone flammeo calent luces
Tostamque fervens Iulius coquit messem.
Cirrata loris horridis Scythae pellis,
Qua vapulavit Marsyas Celaenaeus,
Ferulaeque tristes, sceptra paedagogorum,
Cessent et Idus dormiant in Octobres:
Aestate pueri si valent, satis discunt.

O maestro, perdona la semplice scolaresca: / così i capelluti ragazzi ti possano ascoltare numerosi / e tu sia apprezzato da quella raffinata mensa, / e che nessun insegnante di aritmetica o veloce stenografo / sia attorniato da un circolo più numeroso. / Le giornate limpide sono calde a causa del solleone / e luglio infuocato dissecca e brucia la messi. /  La sferza dello Scita orlata di orride strisce di cuoio, / con la quale venne flagellato Marsia Celeneo, / e le crudeli bacchette, scettri degli insegnanti, / si riposino e dormano fino alle Idi d'Ottobre: / in estate i ragazzi, se sono in salute, imparano abbastanza.

 


Affresco con scena di scuola: a sinistra, studenti seduti
 che scrivono; a destra studente frustato per punizione
(Pompei, Casa di Giulia Felice)

 

 

 
I pochi che proseguivano gli studi si iscrivevano alle scuole di grammatica e di retorica, aperte a Roma da privati fin dal II secolo a.C. Il grammaticus era una specie di insegnante di letteratura, che aveva il compito di insegnare "perizia nel parlare corretto e lettura con commento dei poeti" (QUINTILIANO). Il rethor, a conclusione del percorso educativo, insegnava a pochissimi privilegiati i segreti dell'eloquenza. 
Lo Stato romano era più presente proprio in questa fase, probabilmente perché una buona formazione culturale veniva considerata importante per il ceto dirigente e per i funzionari dell'amministrazione pubblica. La prima scuola di retorica finanziata dal fisco imperiale viene aperta da Vespasiano, che affida questo compito al retore Marco Fabio Quintiliano. Quintiliano è quindi il primo professore statale, con stipendio fisso. E che stipendio: 100.000 sesterzi all'anno! Una bella cifra, visto che un semplice precettore tirava avanti con 2.000 sesterzi e per avere un tenore di vita dignitoso (con qualche schiavo, sennò non era considerata una vita civile) ci volevano 20.000 sesterzi all'anno (fonte: GIOVENALE).
Ma Quintiliano era un privilegiato... E non mi pare che gli insegnanti di oggi, almeno in Italia, se la passino molto meglio dei loro bistrattati colleghi di duemila anni fa.